Aurora Caporossi e Animenta: quando il “fiocchetto lilla” diventa una comunità che ascolta
Dalla guarigione personale alla prevenzione: l’associazione nata nel 2021 porta linguaggio, consapevolezza e ascolto nelle scuole e online, dove spesso la richiesta d’aiuto arriva prima delle parole.
Ci sono storie che iniziano in silenzio. Non fanno rumore, non chiedono attenzione: restano lì, tra lo specchio e la tavola, tra una battuta “innocente” sul corpo e un giorno che si allunga senza appetito. Aurora Caporossi lo sa: la sua adolescenza è passata anche da lì, da un dolore che si infiltra e sembra diventare abitudine.
Poi, a un certo punto, succede la svolta: non perché la ferita sparisca all’improvviso, ma perché cambia la direzione. Aurora decide di trasformare la propria esperienza in un lavoro di prevenzione culturale e di comunità. Nel 2021 nasce Animenta, associazione no profit che “racconta per sensibilizzare”, partendo dalle storie delle persone e da chi vive accanto a loro. Un’idea semplice e potente: se cambiamo linguaggio e sguardo, diventano possibili anche nuove strade di cura.
Quando la domanda d’aiuto corre più veloce dei servizi
I numeri raccontano una parte del problema, ma non lo esauriscono: in Italia si parla di milioni di persone coinvolte dai disturbi del comportamento alimentare, con un impatto forte sugli adolescenti. In Lombardia, ad esempio, se n’è discusso anche in un incontro istituzionale in cui Aurora – come presidente di Animenta – ha ricordato quanto questa realtà sia spesso sottostimata e quanto il bisogno emerga in tempi rapidi, mentre l’accesso ai servizi può essere difficile o lento.
E intanto, l’aiuto passa da canali inaspettati. Francesca Finazzi, oggi volontaria, ha raccontato di avere scoperto l’esistenza dell’associazione proprio “attraverso la rete” durante un ricovero: un dettaglio che non è “digitale” in senso astratto, ma concretissimo. Perché in certi momenti una pagina, una testimonianza, una parola giusta possono diventare il primo passo verso la cura.
Non “una diagnosi”: una storia, una persona
In un’intervista pubblicata da Il Sole 24 Ore, Aurora spiega una frase che è anche una linea editoriale: “Noi non siamo una diagnosi”. Animenta non fa terapia (che è un percorso clinico), ma lavora sul contesto che spesso precede il sintomo: stereotipi, stigma, vergogna, solitudine, grassofobia, confusione tra “abbuffate” e disturbo, commenti invadenti sul cibo e sul corpo.
È qui che entra la scuola: non come luogo di “lezioni sulla patologia”, ma come spazio dove intercettare il disagio e costruire un ponte culturale. L’obiettivo è far arrivare prima il lessico dell’ascolto: come stai? prima di cosa hai?
La conquista: trasformare la fragilità in una rete che regge
La conquista, in questa storia, non è una medaglia. È una forma di restituzione: la scelta di non lasciare che il dolore resti privato, ma di farne un’azione pubblica, utile. È anche un metodo: tenere insieme professionalità e umanità, istituzioni e comunità, scuola e famiglie, online e territorio.
Perché la speranza, qui, non è uno slogan: è la possibilità concreta che una ragazza o un ragazzo – leggendo una testimonianza, trovando un riferimento, riconoscendosi senza vergogna – dica finalmente: “posso chiedere aiuto”.
Questa storia ci ricorda che la cura comincia spesso molto prima della terapia: nel modo in cui guardiamo un corpo, nel linguaggio con cui commentiamo il cibo, nello spazio che concediamo alla fragilità senza giudicarla. Quando una persona trasforma il proprio vissuto in un ponte per gli altri, la speranza smette di essere un sentimento vago e diventa un servizio concreto.